IPOTESI SULL'ORIGINE DEI NOMI:"SAN PIETRO" - "SAN BENEDETTO" - "GUARANO" - "REDIPIANO"
L'origine dei nomi non è certa, sono state comunque formulate delle ipotesi, alcune delle quali si rifanno a tradizioni popolari, come quella che vorrebbe San Pietro fondato da un mitico Pietro Guarano, altre presentano un certo fondamento scientifico.
In seguito alle invasioni arabe del X secolo, molti cosentini fuggirono nella fascia presilana e, probabilmente, quelli che nei territori ove si erano rifugiati, e poi definitivamente sistemati, erano devoti a S. Pietro o a S. Benedetto finirono per determinare la denominazione dei due abitati.
GUARANO costituiva un vasto territorio i cui confini non sono ben noti ma grosso modo era delimitato dai corsi dei fiumi Corno, Crati e Arente e dalle vette della Sila. Con buona approssimazione si può affermare che comprendeva i due attuali comuni di San Pietro in Guarano e Castiglione Cosentino.
Si pensa possa essere appartenuto a qualche componente della famiglia romana Gens Varia, e fu, pertanto, dapprima denominato "VARANUM", per indicarne il possesso, poi "UARANUM" (tenendo presente che in latino le lettere "U" e "V" sono scritte entrambe con la "V") e quindi "GUARANO" per naturale evoluzione linguistica.
Alcuni storici ritengono essere un'alterazione di "Arano", cioè un'Ara, un altare dedicato a qualche divinità intorno al quale si riunivano abitanti primitivi del luogo.
Ma nel documento più antico che parla di San Pietro, una cronaca del monastero di Montecassino, nel quale viene descritta la donazione di una chiesa locale, fatta al Beato Benedetto nel 1122 da Rao de Banterone e da sua moglie Auristella, San Pietro viene indicato vicino a Cosenza e nel territorio di "Gaurano". Tale termine è poi riportato in molti atti notarili redatti nella prima metà del '500 da notai di Cosenza e dintorni che, si presume conoscessero bene le denominazioni dei luoghi. Guarano, quindi, potrebbe trarre origine da Gaurano.
Anche il nome di San Benedetto potrebbe derivare dal possesso della chiesa da parte dell'Abbazia di Montecassino, fondata appunto da San Benedetto da Norcia.
Redipiano, come centro abitato ha una storia più recente. Le abitazioni si concentrarono intorno alla chiesa, la cui costruzione iniziò nel 1860, e in seguito si estesero a ridosso del tracciato ferroviario e lungo la strada forestale per la Sila.
L'etimologia del nome è incerta, alcuni affermano che debba intendersi come "il re del piano", ossia il migliore dei pianori della zona, altri invece sostengono che possa derivare da una delle frasi "ritorna piano" interpretando la voce dialettale "Rerichjànu" derivata da "reri" (redire in latino significa "ritornare") e "chjànu" (in dialetto = piano, lentamente), oppure "dietro il piano" e in questo caso "reri" potrebbe derivare dalla voce dialettale "arrìeri" (dietro) e "chjànu" (piano, pianoro).
Quannu vìeni arrìeri, fà chjànu (quando torni indietro fai piano) è una delle raccomandazioni che le donne facevano a mariti e figli quando si recavano a lavorare, nei poderi: questa è un'altra ipotesi da cui potrebbe derivare l'origine del nome "Redipiano".
ORIGINI:
Pare che il territorio sia stato abitato fin dall'età della pietra e, secondo qualche testimonianze di un recente passato, in alcune caverne lungo le sponde del fiume Arente, ora ricoperte da terra e vegetazione, vi si conservavano oggetti di tale era. Il primo nucleo può farsi risalire all'epoca delle colonizzazioni romane (II sec. A.C.). Ciò sarebbe confermato dal ritrovamento, negli anni '80, durante gli scavi per la costruzione del campo sportivo in località Vigne, di alcuni resti di coppi d'argilla, risalenti a tale periodo.
Un ulteriore e consistente insediamento si ebbe nel X secolo quando i cosentini si rifugiarono nella fascia presilana a seguito delle continue invasioni Saracene.
Questi borghi abitati dai profughi costituirono i "CASALI". San Pietro con Altavilla e San Benedetto, uniti con Castiglione, fino all'epoca napoleonica, fu uno di essi, e costituì la BAGLIVA di Guarano.
Nel 1420 tutti i Casali, tranne San Pietro, parteciparono alla lotta fra Angioini e Aragonesi, ma quando nel 1439 scoppiò la cosiddetta "Rivolta dei villani", esasperato per l'imposizione di continui tributi molto elevati, vi partecipò e consentì a 20.000 uomini di arroccarsi nei suoi territori e nel castello Altavilla.
Il 14 settembre dello stesso anno, Ferdinando I scese da Napoli per sedare la rivolta, sconfisse i ribelli e mise a ferro e a fuoco terre ed abitati. Da questa rappresaglia San Pietro e Altavilla ricevettero danni immani e dovettero, in seguito, riedificare le loro chiese. Quella di Altavilla, fu ricostruita sui ruderi del vecchio castello, e riaperta al culto nel 1595; quella di San Pietro, ricostruita dai Collice, fu riaperta al culto nel 1605 (anno tuttora impresso sul portale laterale detto anche "porta favvuza", porta falsa).
Nello stesso periodo fu costruito lo stesso Palazzo Collice, ora restaurato e adibito a sede comunale. San Pietro, comunque non fu mai infeudato e rimase, insieme a Cosenza e Casali sempre demanio regio. Riscattò, infatti, la sua autonomia con il pagamento di 40.000 ducati, una prima volta, nel 1596 a Filippo II, re di Spagna, e una seconda volta pagandone 50.000 a Filippo IV. Ad un terzo tentativo, nel 1644 si ribellò e pretese dal re il rispetto della sua autonomia.
I FRANZISI:
Nel 1806 le truppe rivoluzionarie francesi occuparono il regno di Napoli e il re Ferdinando IV scappò in Sicilia. Il generale Reynier, che stava combattendo in Calabria, lasciò una delle compagnie del 62º di linea a Cosenza, sotto il comando del generale Verdier. Questi, il 3 ottobre, inviò il capitano Deguissans con un centinaio di soldati a San Pietro per requisire foraggi e materassi destinati agli ospedali militari. Alcuni sostengono che il vero scopo era quello di combattere i capibanda che avevano partecipato alle rivolte contro i francesi in molti paesi della provincia.
I soldati tentarono di penetrare in alcune case ma incontrarono resistenza; uccisero due sampietresi e ne fucilarono un terzo, il sacerdote Francesco Bennardo, solo perché trovato in possesso di un vecchio fucile.
Ritenendo di aver così intimorito la popolazione, deposero le armi nell'atrio del Palazzo Collice e iniziarono a perquisire le case del paese per requisire quanto era loro necessario.
Nel frattempo Francesco Intrieri con le masse dei pedacesi e degli spezzanesi, chiamate in soccorso, s'impadronì delle armi e cominciò a combattere i francesi. Buona parte dei soldati combattè valorosamente, ma alcuni di essi vennero uccisi in paese, altri sul fiume Corno durante la loro ritirata, altri ancora riuscirono momentaneamente a fuggire per raggiungere Cosenza, ma 22 di essi e l'ufficiale Valleris, furono raggiunti sul fondo della "Timpa Cucchjara", oggi denominata "Timpa dei Franzisi", fatti prigionieri e portati in paese, furono massacrati a colpi di fucile e di sciabola. I loro corpi e quelli di altri soldati ancora vivi furono gettati nel rogo acceso nella piazza principale, con tutto ciò che avevano addosso, compresi i monili d'oro che alcuni di essi invano tentarono di offrire in cambio della vita.
Tanto accanimento e tanta crudeltà trova fondamento nel fatto che i francesi arrivavano con la fama di aver compiuto, ovunque in Calabria, malvagità, saccheggi, incendi nei piccoli borghi e nelle città con indicibili crudeltà, sia contro gli insorti combattenti che contro la popolazione civile.
Subito dopo, tutti i sampietresi si nascosero nella boscaglia e nelle campagne limitrofe, paventando la rappresaglia dei francesi che in effetti fu subito attuata: infatti, durante la notte successiva, il generale Verdier, avvisato dal capitano Deguissans e dai pochi scampati al massacro, marciò direttamente su San Pietro con circa mille uomini. Il paese fu trovato deserto e i soldati lo diedero alle fiamme: fu rispettato il solo Palazzo Collice perché appartenente a famiglia filo-francese.
Nell'incendio vennero bruciati tutti i documenti comunali e parrocchiali. A testimoniare l'episodio restano ancora i fori prodotti dalle fucilate dei soldati sul quadro della Madonna con Bambino, al centro del soffitto a cassettoni della chiesa, ora dedicata a S. Pietro Apostolo, il Bambinello ligneo facente parte della statua della Madonna di Gerusalemme, trovato "miracolosamente" intatto fra le ceneri, e altri due fori, pure dovuti agli spari, in un altro dipinto su tela, di autore ignoto, nella chiesa di Santa Maria della Consolazione, presso il cimitero.
Nell'incendio del paese andò quasi certamente distrutta una chiesa in fase di ricostruzione intitolata all'Immacolata e probabilmente ubicata nel centro storico del paese.
Negli anni successivi alcuni sampietresi, impropriamente chiamati "briganti", continuarono ad essere attivi, al comando di Francesco Intrieri; alcuni furono condannati, e fra questi vi furono dei giustiziati, con esplicito riferimento ai fatti narrati.
Intanto i sampietresi rientrati in paese in virtù di un'amnistia, cominciarono il lungo processo di ricostruzione a cui parteciparono alcune maestranze provenienti da Carolei. Una nuova statua della Madonna di Gerusalemme fu scolpita da un artista locale rimasto ignoto che prese a modello una giovane del paese.
LA CARBONERIA:
Nel 1809 vennero istituiti i registri dello Stato Civile da cui risulta che San Pietro, San Benedetto e Castiglione erano riuniti in un'unica Università sotto il nome di San Pietro in Guarano, ma nel 1811 Castiglione divenne autonomo. Nel regno di Napoli cominciò a diffondersi la Carboneria, sotto forma di società segreta.
In Cosenza e provincia si costituirono una decina di "vendite" tra cui quelle molto efficienti di San Pietro, diretta da Michele Milizia e quella di San Benedetto, guidata da Alberto Iusi. Questi prima condannati, nel 1814 furono amministiati.
Intanto finiva il periodo francese e restavano le innovazioni che questi avevano lasciato (Codice Napoleonico, organizzazione della Pubblica Amministrazione, soppressione della feudalità e introduzione della proprietà terriera, abolizione degli ordini religiosi).
Nella rivoluzione del 1848 Michele Collice, da esponente liberale, svolse un ruolo di primo piano.
Nello stesso periodo i sampietresi presero parte attiva alle lotte per i terreni silani, ma una serie di circostanze sfavorevoli provocò un lento ma progressivo allontanamento dei braccianti dai Bordoni e un rafforzamento dei proprietari terrieri.
I TERREMOTI:
San Pietro nel corso dei secoli subì rilevanti danni dai terremoti che devastarono la Calabria: a San Benedetto scomparve la parrocchia di S. Martino e, nel terremoto del 1638, la chiesa parrocchiale di S. Andrea e altre abitazioni limitrofe furono letteralmente inghiottite da una voragine apertasi nel terreno. In questa occasione perirono molte persone e gli abitanti di San Benedetto diminuirono sensibilmente.
Nel terremoto del 12 ottobre del 1835 furono distrutte molte case e morirono 12 persone a San Pietro e 2 a San Benedetto.
Le abitazioni erano costruite con materiali poveri (pietre, argilla e cannicci) e per tale motivo avevano una scarsa resistenza sismica.
Per aiutare la popolazione vennero distribuiti generi di prima necessità e costruite alcune baracche su terreni comunali, in seguito riscattati dai baraccati per ricostruirvi le abitazioni.
Nel 1836, un altro terremoto distrusse la primitiva chiesetta di San Pietro Apostolo che dovette essere ricostruita. Una forte scossa, fu avvertita nella notte fra il 14 e il 15 giugno del 1852 ma non provocò danni, anche se per circa dieci giorni la terra continuò a tremare.
Un altro fortissimo sisma, che causò il crollo di tre case, altre lesioni nella chiesa di S. Pietro Apostolo e in quelle di San Benedetto, fu avvertito la notte del 12 febbraio 1854.
Di questi due ultimi avvenimenti ci resta una emozionante cronaca, scritta dal parroco del tempo, Francesco Spadafora, sul verso della copertina del registro parrocchiale di San Benedetto.
IL PERIODO GARIBALDINO:
Nel 1860 San Pietro partecipò con 60 membri alla mobilitazione della Guardia Nazionale, promossa dai proprietari terrieri, prima dell''arrivo in Calabria di Garibaldi e dei suoi "Mille". Ciò determinò la resa delle truppe Borboniche senza alcuna violenza, ma in seguito, nessuno accettò di arruolarsi con le truppe garibaldine che si dirigevano verso Napoli.
Garibaldi da Rogliano consentì l'uso gratuito delle terre ai contadini, ma il governatore da lui lasciato, Donato Morelli ridusse e di fatto vanificò l'entità del provvedimento.
Questo evento, la tassa sul macinato, l'istituzione della leva obbligatoria ed altri provvedimenti negativi, determinarono un'avversione verso i Savoia che sfociò in una lotta clandestina, ancora una volta definita ingiustamente "brigantaggio".
Nel 1879 San Pietro iniziava finalmente a rompere il suo secolare isolamento: l'ultimazione e la consegna della strada rotabile San Pietro - Pianette - Rovito rendeva più agevole il collegamento con Cosenza.
L'EMIGRAZIONE DELL'800:
Le precarie condizioni economiche e la numerosità dei componenti la maggior parte delle famiglie determinò, nell'ultimo ventennio del 1800, un'ingente emigrazione verso le Americhe, (gli Stati Uniti, denominati "Merica pìcciula", l'Argentina e il Brasile, detti "Merica rànne").
Circa 1500 persone lasciarono il paese e innescarono, negli anni seguenti, a San Pietro come in tutto il meridione, una catena di "atti di richiamo", che determinarono un costante e continuo espatrio di familiari, protrattosi in maniera più o meno accentuata, fino a qualche decennio addietro.
Paradossalmente, la diminuizione della popolazione e le rimesse degli emigrati ai familiari rimasti in paese, sollevò le condizioni ecomomiche di molti sampietresi.
Ciò ebbe certamente un ruolo rilevante nel promuovere lo sviluppo industriale del '900.
IL 1900:
Il '900 fu caratterizzato dall'istituzione di molti servizi e dalla dotazione di importanti infrastrutture pubbliche: servizio medico gratuito, rete fognante, rete viaria, acquedotto, cimitero. Le rimesse degli emigrati, la donazione del terreno da parte dei Collice uniti alla laboriosità delle donne e alla particolare perizia degli artigiani sampietresi, consentirono la costruzione della nuova chiesa di S. Maria in Gerusalemme, un'imponente costruzione recentemente ultimata con il campanile, che sovrasta il centro storico di San Pietro. Anche la costruzione della Ferrovia, con l'apertura della tratta Cosenza San Pietro, nel 1922, e San Pietro Camigliatello, nel 1922, contribuì allo sviluppo economico, commerciale e culturale dei sampietresi.
Nel 1904 venne istituita La lega del lavoro, per opera di Don Carlo De Cardona, con l'intento di stimolare la promozione umana, economica, sociale e politica dei contadini e degli artigiani locali. Suo primo atto fu la costituzione di una Cassa Rurale.
Nel 1905 venne costituita una Cooperativa di Produzione, Consumo e Lavoro che costruì un forno per la panificazione, una centrale elettrica sul fiume Arente ed un molino elettrico. San Pietro si poneva, così, all'avanguardia nello sviluppo industriale della provincia. Nello stesso anno a San Pietro si tenne uno dei primi comizi per sollecitare la costruzione della ferrovia.
La centrale venne raddoppiata, con un secondo salto idrico nel 1909; fu inaugurata nel 1913 e fornì energia elettrica, per azionare cinque mulini e illuminare, con una linea elettrica lunga 18 km, anche ai comuni di Lappano, Rovito, Celico e Spezzano Grande, ora spezzano Sila.
L'attività della Lega determinò anche una presa di coscienza delle donne, che costituendo una sezione femminile promossero la rivendicazione delle pari dignità, concetti inusuali e prorompenti per la mentalità del tempo, soprattutto in una regione meridionale come la Calabria.
L'organizzazione delle donne era stata tentata a Cosenza nel 1902 ma non ebbe successo; a San Pietro, trovò un "humus" più congeniale nel 1905, quando la Lega favorì e determinò l'elezione di don Carlo de Cardona nel Consiglio Provinciale, attraverso il mandamento di Rose e comprendente anche Luzzi, San Pietro e Castiglione; ciò provocò molti risentimenti fra i notabili e determinò il licenziamento di 15 donne dalla locale filanda della seta.
Lo spirito industriale, ma non più cooperativistico, spinse gli imprenditori locali a tentare imprese similari a San Giovanni in Fiore e Crotone, ma i risultati non furono positivi.
La Cassa Rurale di San Pietro, avversata dal regime fascista, cessò la sua attività creditizia e nel 1937 cambiò ragione sociale trasformandosi in "Società Impresa Elettriche e Commerciali di San Pietro in Guarano" (SIEC), poi nazionalizzata e assorbita dall'Enel nel 1965.
Anche San Benedetto ebbe una sezione autonoma della Lega: costituì una propria Cassa Rurale, che durò fino al 1962.
Le due guerre mondiali ebbero effetti devastanti sulla popolazione e sull'economia del paese.
Alla prima parteciparono numerosi sampietresi, molti di essi immolarono la giovane vita in nome della patria: fra tutti si ricorda Luigi Settino, unica Medaglia d'Oro, fra i militari di truppa della provincia di Cosenza.
Il periodo della II Guerra fu caratterizzato, da sofferenze e privazioni, scarsità di mezzi, viveri e lavoro.
Tanti giovani sampietresi, vi parteciparono, molti di essi morirono e molti altri furono dispersi, la maggior parte in Russia, uno in Grecia, uno disperso e un altro morto in Libia durante un combattimento, un altro fu fucilato dai tedeschi. Alcuni parteciparono alla "guerra di liberazione" e perirono nelle lotte partigiane contro i tedeschi, nel Nord Italia.
Finita la Guerra, dovendo fare i conti con la miseria e la carenza di lavoro, molti sampietresi ripresero ad emigrare verso gli Stati Uniti d'America, nel Nord Italia, in Germania, Francia e Svizzera. L'emigrazione intellettuale ed operaia degli anni '50 e '60, l'esigua riforma silana, la costruzione di opere pubbliche (scuole, strade, elettrificazione), una rilevante espansione edilizia, l'istituzione e il potenziamento di servizi di pubblico interesse, le qualificate attività artigianali di sarti, fabbri, falegnami, muratori, carpentieri e calzolai costituiscono la cronistoria fino alla seconda metà del '900.
L'istruzione obbligatoria, una maggiore gravitazione su Cosenza, l'avvento della televisione, come nel resto d'Italia, hanno contribuito ad elevare il livello d'istruzione della popolazione.
La società sampietrese odierna è caratterizzata da un elevato numero di pensionati, da un congruo numero di commercianti, la cui attività, salvo pochissime eccezioni, è rivolta a soddisfare le esigenze primarie interne del paese stesso, da un consistente ceto impiegatizio, da piccoli imprenditori edili.
La maggior parte dei giovani studia fino al conseguimento di un diploma di scuola secondaria superiore e molti conseguono la laurea, ma resta, per tutti, il problema grave della disoccupazione!
LA FERROVIA:
Il 5 febbraio del 1905 si tenne a San Pietro uno dei primi comizi per sollecitare la costruzione della ferrovia. L'esigenza di un collegamento ferroviario fra Cosenza e la Sila era molto avvertita sia per collegare le zone presilane alla città e sia per trasportare il legname che dalla Sila stessa doveva essere utilizzato più a valle per costruzioni edilizie e per usi industriali.
Un ulteriore impulso alla costruzione della ferrovia fu impresso dal "Tannino", un'industria italo-francese sorta nel 1906 a Cosenza Casali, sotto il rione Caricchio (ora Legnochimica in località "Lecco" di Rende).
La fabbrica produceva acido tannico che estraeva dalle grandi quantità di legname proveniente dalla Sila: il trasporto su rotaie si rendeva, pertanto, necessario per la sopravvivenza della fabbrica stessa.
L'11 ottobre del 1922, venne completato e aperto il tratto ferroviario a scartamento ridotto, Cosenza - San Pietro in Guarano. Successivamente iniziò la costruzione del tratto Cosenza - Camigliati che fu ultimato nel 1931 e aperto nell'agosto dello stesso anno. Agli inizi degli anni '50 fu completato il tratto Camigliatello - San Giovani in Fiore.
La ferrovia nel passato ha svolto un rilevante ruolo di servizio e integrazione sociale, collegando i paesi della fascia presilana, sia con Cosenza che con la Sila e San Giovanni in Fiore; ha dato molto lavoro ad operai e imprese delle nostre zone durante la sua costruzione, ma anche negli anni successivi, vi hanno lavorato molti sampietresi in qualità di manovali, frenatori, capostazione, capotreni, meccanici, ispettori e dirigenti di grado più elevato.
Ancora oggi, nonostante l'aria di smobilitazione, negli addetti al servizio ferroviario vi sono molti sampietresi.
Il miglioramento della rete stradale non ferrata e l'istituzione di servizi alternativi di autolinee, hanno determinato un progressivo declino del trasporto ferroviario, il cui tracciato, rimasto quello originario, è divenuto meno competitivo e meno conveniente almeno per i sampietresi.
Il tratto Camigliatello San Giovanni in Fiore è ormai inattivo come servizio di trasporto quotidiano; quello fra San Pietro e Camigliatello funziona con due sole corse giornaliere di littorine.
Ma di tanto in tanto si vede ancora sbuffare una vecchia locomotrice con due o tre carri rimessi a nuovo che viaggia su ordinazione e a scopo turistico. Moto di nostalgia ma anche di speranza; la ferrovia quindi può cambiare vocazione. Il suo tracciato oggi considerato inadeguato per il trasporto viaggiatori e merci, può essere, invece, un punto di forza di richiamo turistico.
Le bellezze di queste magnifiche zone montuose e collinari, silane e presilane, possono essere valorizzate notevolmente, come pare si stia già facendo, attrezzando la fermata Fondente, ora Club degli Alpini e San Nicola, la fermata più alta d'Europa tra le ferrovie a scartamento ridotto (1404 m s.l.m.), a caratteristico e tipico ristorante silano.
Un'imprenditoria più coraggiosa riuscirebbe certamente a convertire vantaggiosamente un tracciato storico in attrazione turistica.
Altrove questa operazione ha dato ottimi risultati.
LA GRANDE GUERRA:
Alla prima guerra mondiale parteciparono numerosi sampietresi, molti di essi immolarono la giovane vita in nome della patria: fra tutti si ricorda Luigi Settino, unica Medaglia d'Oro della provincia di Cosenza. A lui sono intestate la Via che da località Botte Donato arriva in località Fiume, l'Istituto comprensivo di Scuole Materne Elementari e Medie, di San Pietro in Guarano il Presidio militare "Le Casermette" di via Panebianco a Cosenza e una via nella città di Crotone e un'altra a Catanzaro.
Due lapidi commemorative, poste sulla facciata del Palazzo Comunale fino agli anni '80 e negli archi delle grotte lungo Corso Umberto I fino a luglio del 2002 hanno ricordato ai sampietresi il sacrificio di questi giovani Caduti. Da quest'ultima data un nuovo monumento a Luigi settino e due lapidi che ricordano i Caduti e i Dispersi di tutte le guerre è stato posto dall'Amministrazione Comunale del tempo sotto il Ponte della Ferrovia.
Ogni anno, il 4 Novembre (o la domenica successiva), l'Amministrazione Comunale, con la partecipazione di cittadini e alunni commemora la Medaglia d'Oro e i Caduti alla presenza delle più alte autorità militari di Cosenza, del Prefetto e del Questore. Un plotone di soldati e la fanfara rendono gli onori militari.
La cerimonia si conclude in chiesa con la celebrazione della Santa Messa in suffragio di tutti i Caduti. Fino agli inizi degli anni ´90 le cerimonie hanno spesso raggiunto alti momenti di intensa spiritualità e commozione, quando alla presenza di molti reduci, orgogliosi di esibire medaglie e nastrini appuntati sul petto, partecipavano i familiari dell'eroe Settino, oggi purtroppo scomparsi.
IL PERIODO FASCISTA:
Il fascismo fece fallire le Casse Rurali e quella di San Pietro riuscì a proseguire la sua attività cambiando nome in Imprese Elettriche e Commerciali di San Pietro in Guarano.
A San Pietro il fascismo costituì una sezione e due squadre che presero parte alle dimostrazioni di San Giovanni in Fiore e all'occupazione della Pretura di Foggia.
Nel "ventennio" vennero esaminate e risolte due questioni demaniali; fu costruito un nuovo acquedotto, prelevando l'acqua dal monte Botte Donato; la ferrovia Cosenza Camigliatello e la strada Castiglione San Pietro vennero completate nel 1929.
La vita sociale in quel periodo, fu caratterizzata dal "sabato fascista" quando al pomeriggio i giovani del paese, suddivisi per età in "Balilla" e "Avanguardisti" eseguivano esercizi ginnici e paramilitari "per formare il perfetto soldato fascista".
La popolazione spesso veniva convocata presso il dopolavoro per ascoltare i discorsi del Duce attraverso la radio.
I gerarchi locali, comunque, furono molto concilianti e non promossero effettive manifestazioni di intolleranza politica, anzi impedirono la venuta in paese di squadre speciali da Cosenza allo scopo di sanzionare avversari politici.
Molti oppositori al regime, esprimevano il loro pensiero, più apertamente gli esponenti di espressione socialista e in maniera velata quelli di ispirazione liberale.
Dopo il 1926, aboliti i Consigli Comunali, i comuni vennero amministrati da un unico funzionario prefettizio denominato "Podestà".
A San Pietro si susseguirono alla carica di Podestà: Amedeo Leone (1926/1928), Francesco Mecchia (1930/1932), Giuseppe Napoli (1933/935), Giuseppe Mazza nominato commissario nel 1937 e Podestà dal 1938 al 1943, Raffaele Turano (1943/1945). In alcuni periodi, fra le dimissioni di un podestà e la nomina del successivo, il Comune fu amministrato da commissari prefettizi.
Nel 1945, sebbene con nomina del prefetto, vennero reintrodotte le Giunte Municipali e il sindaco: a tale carica fu nominato Francesco Fazio, democristiano, che comunque vinse le prime elezioni libere, l'anno successivo.
Finiva così il periodo dittatoriale e iniziava l'era democratica.
LA SECONDA GUERRA MONDIALE:
La II Guerra mondiale, fu un periodo caratterizzato a San Pietro, da sofferenze e privazioni, scarsità di mezzi, viveri e lavoro. Le poche derrate alimentari, distribuite con la "tessera annonaria", erano di pessima qualità.
Le uniche cose genuine e ricercate erano costituite da ortaggi, frutta e legumi; ma ne disponevano solo poche persone, proprietari di orti o comunque di terreno e chi poteva permettersi di comperarle al mercato nero.
Tanti giovani sampietresi, partirono soldati e parteciparono alla guerra. Molti di essi, morirono e molti altri, non essendo ancora compilato l'elenco dei caduti, risultano dispersi, la maggior parte in Russia, uno in Grecia, uno disperso e un altro morto in Libia durante un combattimento, un altro fu fucilato dai tedeschi. Altri ancora parteciparono alla "guerra di liberazione", e perirono nelle lotte partigiane contro i tedeschi, nel Nord Italia.
FINO AI GIORNI NOSTRI:
Finita la Guerra, dovendo fare i conti con la miseria e la carenza di lavoro, molti sampietresi ripresero ad emigrare verso gli Stati Uniti d'America; intere famiglie, si trasferirono anche nel Nord dell'Italia, in Germania, Francia e Svizzera. Città come Cantù, Milano, Varese, Firenze, Prato contano ancora oggi molti sampietresi fra i loro residenti. Molti di questi ritornano periodicamente, in occasione delle ferie estive, richiamati dalle manifestazioni culturali, folcloristiche e tradizionali, che proprio per accogliere gli emigrati e renderne il soggiorno piacevole e distensivo, vengono organizzate nel mese di agosto di ogni anno.
L'emigrazione intellettuale ed operaia degli anni '50 e '60, l'esigua riforma silana, la costruzione di opere pubbliche (scuole, strade, elettrificazione), una rilevante espansione edilizia, l'istituzione e il potenziamento di servizi di pubblico interesse, le qualificate attività artigianali di sarti, fabbri, falegnami, muratori, carpentieri e calzolai costituiscono la cronistoria degli ultimi decenni.
L'istruzione obbligatoria, una maggiore gravitazione su Cosenza, l'avvento della televisione, come nel resto d'Italia, hanno contribuito ad elevale il livello d'istruzione della popolazione.
La società sampietrese odierna è caratterizzata da un elevato numero di pensionati, da un congruo numero di commercianti, la cui attività, salvo pochissime eccezioni, è rivolta a soddisfare le esigenze primarie interne del paese stesso, da un consistente ceto impiegatizio, da piccoli imprenditori edili.
La maggior parte dei giovani studia fino al conseguimento di un diploma di scuola secondaria superiore e molti conseguono la laurea, ma resta, per tutti, il problema grave dell'occupazione!
LA DISOCCUPAZIONE DI FINE 1900 ED INIZIO 2000:
La fine del XX e l'inizio del XXI secolo sembrano caratterizzati da una società che ha in seno molte contraddizioni, tipiche di tutte le rivoluzioni industriali: ad un rilevante e qualificato sviluppo tecnologico, contraddistinto dall'avvento e la diffusione del computer e del telefono cellulare, corrisponde una crisi che ha radici profonde e complesse che governanti e imprenditori non riescono a dipanare.
Il divario economico, sociale e imprenditoriale fra Nord e Sud dell'Italia continua a persistere condizionando la vita e a mortificando le aspirazioni di molti giovani operai, diplomati, laureati, che anche a San Pietro, come in tutto il meridione, stanno attraversando e conoscendo una crisi occupazionale e generazionale, forse senza precedenti.
Tutto ciò, è motivo di apprensione e inquietudine. Speriamo fra non molto, nell'era dell'Euro e dell'integrazione europea, quando in nome della globalizzazione vengono fagogitate piccole realtà commerciali e imprenditoriali, di poter annotare, in queste pagine scritte per INTERNET, la Rete delle Reti, qualche nota positiva che parli di sviluppo, occupazione, crescita economica, politica, sociale e, soprattutto, morale, capaci di riportare l'uomo al centro dell'interesse della società.
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