Il linguaggio di Little Italy
di Anthony Maria Turano


Traduzione e adattamento linguistico di Lorenza Iuliano

Il racconto che segue, risale al 1932 ed è un'attenta analisi del singolare linguaggio degli immigrati italiani negli Stati Uniti. Fa parte di una serie di articoli a sfondo sociale, pubblicati negli anni '30 e '40 sull'American Mercury, da Anthony M. Turano, un sampietrese emigrato in America nel 1905 all'età di dodici anni, divenuto, poi, un valente avvocato, studiando da autodidatta. Il racconto giunge a noi in virtù di una ricerca sull'autore tutt'ora in corso, condotta dalla nostra redazione e grazie anche alla preziosa collaborazione di Mario Milizia, nostro compaesano che, da New York, segue lo sviluppo di questo sito quasi quotidianamente.



         Qualche mese fa fui chiamato dal giudice di una Corte per le autenticazioni nel Nevada, per contribuire a decifrare le disposizioni di una volontà testamentaria, scritta in maniera sconosciuta.
         Il documento era interamente scritto con la calligrafia del testante, un anziano signore nato in Italia, residente in una città mineraria, il quale aveva predisposto la distribuzione di una considerevole estensione di terre tra gli eredi.
         Tranne che per cinque o sei frasi un po' inusuali, e a parte qualche errore di ortografia, dovuto alla limitata scolarizzazione del testante, il documento era scritto correttamente, secondo l'italiano correntemente parlato, caratterizzato dall'influsso dei vari dialetti d'Italia.
         Il testamento era stato affidato, precedentemente, all'esame di un professore di lingue Romanze, uno specialista. Egli era stato in grado di tradurne una buona parte, ma era stato costretto a fermarsi, senza speranza, di fronte ad alcune parole e frasi che non erano nel suo vocabolario. Per esempio due parole, nota e morgico, che apparivano spesso, e occupavano un posto importante nello schema di distribuzione testamentario, sembravano essere state prese in prestito da una strana lingua, sconosciuta al professore.
         La mia esperienza tra gli italo-americani mi permise di elaborare un piccolo lavoro riguardante frasi difficili. Non c'è alcun dubbio che la conoscenza accademica della lingua, da parte del professore, era di gran lunga superiore alla mia, ma egli non aveva avuto successo con questo nuovo linguaggio per la mancanza di contatto diretto con coloro che lo parlano.
         Le clausole in questione erano scritte nella strana lingua di Little Italy. Le parole sembravano quelle dell'italiano standard, per la loro terminazione in vocale, ma sarebbero state capite, al massimo, nella penisola italiana.
         L'ipoteca, in italiano, è chiamata ipoteca, ma io avevo appreso che nella lingua degli italo-americani è generalmente conosciuta come morgico o morgheggio.
         La parola italiana che indica la promessa scritta di pagamento è "cambiale", ma in Little Italy è nota. E così avviene con centinaia di parole simili trovate nel vocabolario quotidiano di tutti i residenti stabilizzati di molte comunità italiane dello stato.
         Ci sono parole che mostrano una lontana parentela inglese, ma sono state italianizzate e rese irriconoscibili.
         Le ragioni principali dell'evoluzione di questo curioso linguaggio sono molto semplici.
         La cosiddetta comunità italiana non è la massa omogenea che a prima vista gli estranei, ignoranti, credevano che fosse; é invece, un assortimento di uomini e donne rappresentanti ogni parte della penisola. E, inoltre, la maggior parte di loro, ha poca familiarità con l'italiano standard dei libri e dei giornali; ciò che a loro è più familiare è il dialetto della loro regione nativa.
         La somiglianza o la differenza tra un dialetto e l'altro dipende dalla vicinanze geografica. Così, mentre un napoletano è in grado di capire abbastanza facilmente la lingua di un romano suo connazionale, nessuno dei due potrebbe comprendere perfettamente il particolare dialetto dei genovesi, dei veneziani, dei calabresi e, meno di tutti, il siciliano.
         La naturale conseguenza è che ogni immigrato italiano, da quando arriva in America, incurante della regione d'origine, deve far ricorso all'italiano standard, molto più di quanto realmente lo conosca, perché rappresenta l'unico mezzo di comunicazione fra le comunità.
         Se si ricorda che la maggior parte degli immigrati appartiene alla classe operaia o agricola, la cui scolarizzazione non fu tra le migliori, si può capire perché la forma finale raggiunta dalla lingua non assomiglia granché all'italiano scolastico.
         Possiamo descrivere ciò, piuttosto come una torre di Babele di dialetti, tendenti faticosamente al linguaggio standard, dove ogni individuo vi contribuisce con l'italiano puro, per quanto la sua educazione limitata può permettergli, compensando, per il resto, con il dialetto del suo paese natìo.
         La confusione sarebbe già sufficiente se ci fermassimo qui. Ma adesso viene la lingua inglese, parlata dai vicini di casa di tutti i gruppi italiani. Il risultato è il gergo che può essere chiamato americano-italiano, un dialetto non meno differente dall'italiano e dall'inglese che un dialetto regionale dall'italiano standard.
         Dovrebbe essere chiaro che l'immigrato, avendo realizzato la sua posizione economica nel Nuovo Mondo, e il suo rapporto sociale con gli anglo-americani, è invaso da una relazione di cose e azioni, in una nazione industriale che gli erano sconosciute nell'ambiente rurale del suo paese natio.
         Egli si accorge che il suo vocabolario, che non fu mai molto ricco, è adesso più inadeguato che mai, se non in sostantivi e in verbi, per dare espressione ai suoi nuovi desideri e reazioni.
         Il suo impulso immediato è di coniare nuove parole che si adattino alla nuova vita. Il fatto che non inventi neologismi simili all'italiano è facilmente comprensibile. Anche se ne avesse la capacità linguistica, non potrebbe farlo perché l'inglese è più vicino e facilmente utilizzabile con nativi con cui ha a che fare quotidianamente.
         Ciò che egli fa, quindi, è prender in prestito parole americane, in base alla necessità, e adattarle, il più possibile foneticamente, al suo traballante italiano. Il primo contributo inglese al suo linguaggio quotidiano consiste in una serie di parole di cui l'italiano è privo, a causa dell'assenza di una completa e assoluta identità tra la cosa, l'azione americana e il corrispettivo italiano.
         Alcuni esempi sono: sexa per railroad section (tronco, sezione ferroviaria); campo per lumber camp (campo, deposito di legname); rancio per ranch (fattoria); gliarda per yard (jarda, misura inglese di lunghezza); visco per whiskies (wischi); Pichinicco per picnic (ciambotta); ais crima per ice cream (gelato); ghenga per gang (banda); e rodomastro per roadmaster (strada principale).
         La parte che segue è composta da parole le cui corrispondenti italiane erano generalmente sconosciute e non familiari all'immigrato, prima del suo arrivo in America.
         A questo gruppo appartiene l'ibrido morgico che il professore ha ritenuto intraducibile.
         La parola italiana "ipoteca" potrebbe essere un esatto sinonimo di "garanzia", ma nella semplice economia della sua vita rurale in Italia l'immigrato non aveva bisogno di questa parola, perché non gli era familiare ciò che essa rappresenta.
         Perciò quando dovette usare qualche termine in America, egli ritenne più facile italianizzare l'americano mortage (garanzia, ipoteca, mutuo) in morgico, o morgheggio, parole che potevano essere capite nei suoi affari con gli anglo-americani quando sarebbe stato chiamato a usare quel poco di inglese che era ben compreso dai suoi connazionali della comunità.
         Alla stessa classe appartengono lista per lease (atto, contratto d'affitto); bosso per employer o boss (padrone); e fensa per fence (recinto).
         Alla terza categoria appartengono un gruppo di parole inglesi che vincono l'onore di italianizzazione per la pura e semplice loro ripetizione da parte dei nativi americani, senza considerare il fatto che la lingua italiana possiede molti sinonimi familiari. - Tra questi ci sono tomate per tomato (pomodoro); stritto per street (strada); carro per car (automobile); trampo per tramp (vagabondo); bambolo o gambolino per gambler (biscazziere, giocatore d'azzardo), loya per lawyer (avvocato); boya per boy (ragazzo); bittare per beat (picchiare); faiti per figth (lotta, combattimento); loncio per lunch (pranzo); denso per dance (ballo); cotto per coat (giacca, giaccone, giubbotto, cappotto); draivare e ronnare per driving e running (guidare un'auotomobile); bucco per book (libro): storo per store (magazzino, bottega, negozio); e checca per cake (pasticcino, focaccia, frittella).
         Una volta che una parola americana è stata presa in prestito, la sua trasformazione non finisce con i suoi primi cambiamenti. Essa è adattata e modificata attraverso genere, tempo e declinazioni della grammatica italiana, finché non perde la sua forma originaria. La parola fight, inizialmente modificata in faiti, può essere incontrata in forme irriconoscibili come faitare, faitato, faitava, faito, fiatasse ed altre ancora.
         La percentuale di parole inglesi italianizzate varia, ovviamente, da individuo ad individuo, in base alla personale conoscenza dell'italiano e dal periodo di residenza in America di ognuno di loro.
          Ma è probabile che, in linea di massima, le nuove espressioni siano comprese da almeno un quarto di coloro che parlano il gergo di Little Italy.
         Quando mi stabilii per la prima volta in America, nel quartiere italiano di Pueblo, (Colorado), ritenni questo particolare dialetto sbalorditivo; nell'inesperienza di ragazzo di 12 anni, lo confusi con la lingua degli Americani. Per molti mesi dopo il mio arrivo, non capivo più della metà di ciò che veniva detto con quello strano linguaggio. Per un intero anno ebbi bisogno continuo di traduzione. Fu solo col tempo e con la crescente conoscenza dell'inglese che finalmente ottenni una sufficiente familiarità con esso.
         Capitava, a volte, che le nuove parole coniate suonavano come quelle italiane e ne avevano un significato simile, il risultato era molto ridicolo. Io fui molto stupito e divertito, per esempio, durante la mia prima settimana in america, quando sentii dire ad un operaio che il suo lavoro richiedeva l'uso del pico e della sciabola, cioè pick and sabre ( piccone e sciabola). Mi richiese un po' di studio per capire che nel processo di italianizzazione, la parola americana pick sarebbe stata facilmente riconoscibile, ma che la shovel (pala, badile) aveva assunto una connotazione militare.
         Con l'evoluzione del linguaggio italo-americano, negli anni che verranno, non c'è dubbio che la differenziazione dall'italiano standard aumenterà rapidamente; adesso che non è più influenzato dall'afflusso di nuovi immigrati dall'Italia é facile prevedere che la sua crescita avverrà nella direzione dell'americanizzazione, e verso la creazione di un nuovo sub-linguaggio.
         È abbastanza chiaro che non si svilupperà mai con la tenacia di alcune lingue, come il danese in Pennsylvania, se teniamo in considerazione il carattere di molte comunità italiane, la conseguente mancanza di isolamento e l'indipendenza economica; elementi che sembrano essere necessari per la conservazione di lingue straniere all'interno di ogni nazione.
         Il tipico immigrante di italiano medio non ha mai mantenuto un distacco stabile dalla popolazione nativa.
         Ciò è invece particolarmente vero per i suoi bambini nati in America, che generalmente non denotano nessuno specifico attaccamento a Little Italy ed alla sua lingua, ma preferiscono identificarsi, il più possibile, sia per lingua che per costumi, con gli anglo-americani.
         La più probabile previsione sembra essere quella della totale scomparsa, in poche generazioni, del particolare dialetto di Little Italy.