EUSTACHIO INTRIERI
Eustachio Intrieri, vescovo, nacque a San Pietro in Guarano (CS) il 25 gennaio 1688 da Carlo Intrieri e Orsola Pugliese. Al Battesimo gli fu dato il nome di Nicola, ma poi, divenuto frate Minimo, prese quello di Eustachio.
Iniziò i suoi studi a Spezzano Grande (ora Spezzano della Sila) presso i Minimi di S. Francesco di Paola, dove sotto la guida di don Angelo Di Stefano, parroco di Celico, apprese la lingua latina, della quale, a soli 12 anni, ne conosceva "ogni erudizione".
A circa 15 anni, si ritirò nel convento di Paola, ove chiese di essere ammesso fra i novizi. Qui il provinciale del tempo, padre Francesco Perimezzi, che fu poi anche vescovo di Oppido Mamertina, in virtù delle informazioni ricevute dai padri di Spezzano, lo accolse e lo seguì con particolare affetto ed entusiasmo. In seguito, constatato di persona le elevati doti intellettuali e morali del giovane Intrieri, e dopo che questi fece la professione dei voti, a 16 anni, lo inviò a compiere gli studi di Teologia, presso il Collegio di San Francesco di Paola ai Monti, in Roma. Qui Eustachio Intrieri fece rapidi progressi e si laureò alla giovane età di 22 anni. Rientrò, quindi nella sua sede di Paola e fu subito chiamato a Cosenza, per insegnare Teologia e Filosofia, nel Collegio del suo Ordine.
Nel 1714, all'età di 26 anni, fu ordinato sacerdote, nonostante le sue umili e sincere opposizioni, perché se ne riteneva indegno. Conoscendo le sue virtù di fede ed eloquenza, l'allora Arcivescovo di Cosenza, Mons. Andrea Brancaccio, gli fece svolgere in tutto il territorio della diocesi, un intensa missione apostolica sia come predicatore che come confessore e docente. Nel periodo cosentino diede lustro all'antica e già rinomata Accademia telesiana.
Conosciuto per le sue elevate qualità morali ed intellettuali, nel 1718, all'età di trent'anni, fu richiamato a Roma dal Generale dell'Ordine, Padre Francesco Zavarroni, originario di Montalto Uffugo che lo introdusse nell'ambiente culturale romano.
A Roma fu lettore di teologia, reggente nel Collegio dei Minimi, poi superiore. Ben presto la sua fama varcò le ristrette mura del convento, tenne conferenze e corsi, affrontò dispute teologiche e filosofiche e predicò in tutta la città. Fu molto stimato dal Cardinale Annibale Albani.
A questi, nel 1723, Vittorio Amedeo II di Savoia, devoto a S. Francesco di Paola, per grazia ricevuta dai suoi genitori, ed estimatore dei frati dell'Ordine dei Minimi, chiese un elemento dotto e fidato per insegnare Filosofia, conforme alla tradizione cattolica, all'Università di Torino, in quegli anni da lui riformata e potenziata. Vittorio Amedeo II di Savoia, in quel periodo, attendeva alla riforma dello Stato, e, in questo contesto intendeva arginare il pericolo del "giansenismo", una corrente teologica caratterizzata da una rigorosa concezione personalistica e deterministica della grazia divina, che, secondo i gesuiti, sosteneva la negazione del libero arbitrio dell'uomo e avvalorava la teoria della predestinazione. Il cardinale Albani inviò quindi a Torino "il servo di Dio", padre Eustachio Intrieri, che in quella Università tenne dapprima la cattedra di Logica e Metafisica come lettore e, nel 1729, per il compiacimento dello stesso re Vittorio Amedeo II, quella di Teologia Morale, con la nomina di professore.
Ma per motivi di salute, essendo stato colpito da un colpo apoplettico, dovette ritornare a Roma dove riprese la sua attività culturale e fu prima nominato Consultore della Congregazione dei Riti e dell'Indice e dei Riti successivamente, nel giugno del 1732, dal Papa Clemente XII, Vescovo titolare della Samaria e suffraganeo del cardinale Albani della Genga, che era Arcivescovo suburbicario della Sabina.
Di questo periodo abbiamo rinvenuto due cronache (CHRACAS Diario Ordinario di Roma, sunto di notizie e indici - Vol. II (p. 1) (1737 - 1750), che riportiamo integralmente:
Anno 1737- 23 febbraio n. 2 p.10 "Ieri mattina Monsignor Fr. Eustachio Entreri nella chiesa collegiale di S. Lucia della Tinta, Jus Patronato della Ecc.ma Casa Borghese, consacrò i due altari laterali dalla parte del Vangelo, l'uno dedicato a S. Geminiano e S. Lucia Vedova e martire, e l'altro a S. Antonio e S. Francesco di Paola, nel primo pose le reliquie de Ss. Mm. Severino e Giocondina, nell'altro le Rr. de Ss. Mm. Auro e Sereno.
2 marzo - n.3055 - Monsignor Entreri consacra altri due altari in S. Lucia della Tinta in cornu Epistolae, l'uno dedicato al SS.mo Crocifisso con reliquie de Ss. Mm. Fausto e Tranquillo, l'altro dedicato a S. Lucia vedova e M. con reliquie de Ss. Mm. Verecondo e Giocondo".
Il 3 Maggio del 1738 il Pontefice Clemente XII lo trasferì in Calabria, Vescovo di Nicotera, sede resa vacante dall'assegnazione del Vescovo Francesco De Novellis alla diocesi di Sarno. Qui svolse un'intensa opera pastorale e fu per il popolo anche padre e maestro. Fu operatore di pace, appianò lotte e dissidi fra la popolazione e fu molto caritatevole: al mercoledì e al sabato elargiva personalmente le elemosine e spesso si recava nelle misere abitazioni della povera gente per portare cibo, danaro e vestiti.
Quando nel 1743, una terribile pestilenza colpì la zona di Reggio Calabria, fece superare i severi controlli dei lazzaretti e inviò ristori agli ammalati. Presiedeva personalmente i riti delle processioni scalzo, legato con funi e col capo coronato di spine.
Profuse molto impegno nella ristrutturazione della cattedrale devolvendo per tale scopo la rendita vescovile e raccogliendo personalmente offerte. Non disdegnava di partecipare personalmente ai lavori, trasportando pietre e quant'altro necessario. Arricchì la cattedrale di suppellettili, arredi sacri e dipinti, alcuni dei quali si trovano esposti ancora nel museo diocesano; sei candelabri in argento con relative teche, furono sequestrati e venduti dal cardinale Ruffo alla chiesa di S. Leoluca di Vibo Valentia. Riordinò il Seminario introducendo nuovi insegnamenti e riuscì a fare affluire nuovi seminaristi, emanò alcuni decreti per regolarizzare il comportamento dei chierici, l'osservanza dei precetti, l'istruzione del popolo e la corretta osservanza della vita di clausura delle suore.
Pare che fu indotto a trattare quest'ultimo aspetto della vita monacale nei conventi femminili per alcuni problemi sorti con due sue nipoti, suore clarisse di clausura, Teresa e Ursula, pure esse nel convento di Nicotera, dove lam prima ne fu anche madre badessa.
Si ritiene che avesse anche doti profetiche: predisse la sua morte al vescovo di Bitetto, Mons. Francesco Franco, di Seminara, che gli fece visita durante i lavori di restauro della Cattedrale, e gli profetizzò anche che sarebbe stato lui il suo successore nella sede di Nicotera e che avrebbe poi atteso al completamento dei lavori e alla solenne inaugurazione della cattedrale.
Si allontanò dalla sua diocesi in una sola occasione, quando ricevette dal Papa l'incarico di recarsi a Longobardi, insieme ai Vescovi di Oppido Mamertina e di Tropea (Mons. Vita e Mons. Guglielmini), per condurre un'inchiesta ecclesiastica sulle virtù del servo di Dio Fra' Nicolò da Longobardi, informazioni canoniche necessarie per la causa di beatificazione e del quale, nel 1720, Mons. Intrieri aveva pubblicato una biografia. Fu in questa occasione che rivisitò anche Spezzano Grande dove presiedette anche all'elezione del padre Provinciale, Cosenza e il suo paese natìo, San Pietro in Guarano, ove fu accolto, dai cittadini e dalla famiglia Collice, con sinceri e affettuosi attestati di stima, riconoscenza e ammirazione.
Morì in odore di santità, l'11 marzo 1745, all'età di 57 anni; dal suo corpo si sprigionò un particolare profumo e una folla incalcolabile accorse nella cattedrale. Fu spogliato per tre volte dalle vesti perché i fedeli tentarono di procurarsi brandelli dei suoi vestiti per tenerli come reliquie.
Portava due cilici, uno gli fu tolto, l'altro gli si era conficcato nelle carni e non fu possibile asportaglielo.
Fu sepolto originariamente nella cappella della Madonna del Rosario, nella cattedrale, non ebbe funerali ed è l'unico prelato di Nicotera di cui non esiste il certificato di morte.
Ad un mese dalla morte, la duchessa Pignatelli di Monteleone, giungendo a Nicotera con il suo seguito, sull'onda dei fatti prodigiosi avvenuti, chiese al capitolo della cattedrale di vedere il suo corpo, la salma fu riesumata e, anche in quella occasione, ancora intatta, sprigionò il profumo.
In occasioni della sua morte furono composti sonetti, epigrammi ed elegie, in lingua latina ed italiana, alcuni di questi componimenti sono dell'Arcadia romana. Alcune fonti sostengono che ora le sue spoglie si trovino in una cripta in mezzo al coro della cattedrale, insieme a quelle di altri vescovi, ma non ci sono notizie certe e le iscrizioni incise sulle lastre di marmo delle varie cripte nella cattedrale sono illeggibili perché consumate dal calpestio dei fedeli.
Nella pinacoteca del museo della cattedrale è conservato un suo dipinto e fra i paramenti due sue mitra.
La sua immagine ci è anche tramandata in un dipinto di autore ignoto che si trova nella sacrestia della chiesa di S. Maria in Gerusalemme di San Pietro in Guarano.
La via "Intrieri", che da piazza Carrieri solca buona parte del centro storico di San Pietro in Guarano, è dedicata alla sua memoria.
(La redazione di questo sito intende ringraziare il Direttore del Museo Diocesano di Nicotera, dott. Nicola Pagano, per la piena disponibilità dimostrata ad un nostro componente appositamente recatosi a Nicotera per attingere notizie su Eustachio Intrieri).
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